La sindrome dell’abito bianco

16 Mag

Maggio, inizia la stagione dei matrimoni. E con essa, una delle più allucinanti sessioni di shopping che una donna possa ritrovarsi a fare. Perché ammettiamolo: una vita a giurare che per noi del matrimonio conta solo il sentimento, anni di cinica certezza che tanto a noi non sarebbe toccato, sproloqui e comizi sul fatto che un vestito da indossare un solo giorno deve essere al massimo noleggiato… E alla fine eccoci qua, con i lucciconi agli occhi – e non per il mutuo che ci toccherà richiedere – di fronte alla nostra immagine con addosso LUI (no, non sto parlando della prima notte di nozze!). Ebbene sì, ci sono cascata pure io, ed è stata un’esperienza su cui ancora non so se ridere o piangere.

Correva l’anno 2010… Una collega mi consiglia il reparto sposa di un grande multimarca e mi dico perché no, tentar non nuoce (oh, quanto mi sbagliavo!). Già solo per l’appuntamento ti toccano delle code che neanche dal dentista prima delle ferie. Mi accompagnano, povere loro, l’immancabile mamma e le future suocera e cognata. Arrivate al negozio, la commessa dopo uno sguardo ferino mi individua nel gruppetto come sua prossima preda e ci fa strada verso lo scannatoio, una saletta appartata dietro la vetrina, dove capeggiano manichini vestiti di tulle e lustrini. Da brava ariete razionale che sono ho già le idee molto chiare: “Chiffon, scollo a V, spalline, niente pizzo, niente perline, linea semplice e pulita”. E ovviamente mi vengono proposti shantung, scollo a cuore, senza spalline, profili in pizzo, dettagli in strass, gonna a pallone… Cominciamo bene. Testarda lei testarda io, affrontiamo un breve confronto per decidere chi delle due avesse maggior voce in capitolo sul mio abito nuziale (?!…) conclusosi con il dubbio 1. che forse a sposarsi fosse lei, 2. che in negozio non ci fosse nulla che si avvicinasse ai miei desiderata. Comunque, riusciamo ad individuare alcune soluzioni di compromesso da provare. E ancora speravo di uscirne con la dignità intonsa…

Da questo momento in poi invece ho capito come doveva sentirsi Pretty Woman nella boutique di Beverly Hills. Mentre in piedi in mezzo alla stanza guardo la tip a con aria interrogativa, lei mi invita senza tanti preamboli a spogliarmi. Il mio sguardo smarrito la interroga: “Come? Dove? Qui in mezzo?”. Lei inflessibile non si impietosisce: mi dice che se sono così in confidenza con le mie accompagnatrici da coinvolgerle nella scelta dell’Abito, sicuramente non avrei avuto problemi a denudarmi di fronte a loro (?!!! mi sfugge ancora questo nesso di intimità…). Il brutto è che in quel momento sei così rintronata che obbedisci pure, invece che sputarle in un occhio! Ottengo almeno, non senza un gesto di stizza, di far abbassare una tenda sulla vetrina per evitare di dar pubblico spettacolo – o così spero… Inizio a spogliarmi, rimanendo in reggiseno, scarpe e collant fucsia (niente commenti please). Sorrido timidamente imbarazzata dalla situazione, ma la mia aguzzina non si lascia intenerire. Implacabile, mi fa scambiare i miei bellissimi decolté tacco 10 (altezza studiata per il gran giorno, per me che non sono proprio una stangona) con le famigerate scarpe “porta fortuna”, utilizzate dalle varie spose per la prova: un paio di petroliere numero 40 (porto il 37) di raso sfilacciato, modello sorellastra di Cenerentola. Non ancora soddisfatta, mi intima di togliere pure il reggiseno perché con l’Abito-non-si-usa. Attonita e mortificata, la assecondo.

Mi ritrovo non so ancora come in mezzo alla stanza, di fronte ad un pubblico più a disagio di me, tette all’aria, calzamaglia fucsia e scarpacce logore, ansiosa di infilarmi al più presto in un abito che possa coprirmi. Ma quando allungo le braccia per entrare nella prima gonna voluminosa, l’arpia si irrigidisce e con una mossa fulminea mi infila una fodera di cuscino in testa! “Per proteggere l’abito dal trucco” dice. E a me, chi mi protegge?? Mezza nuda, slanciata tra scarpe e calzamaglia come un incrocio tra Catwoman, Pippi Calzelunghe e Barbapapà, incappucciata come in un film di spionaggio. Ma la cosa agghiacciante è che non ti ribelli, la SDAB (Sindrome dell’Abito Bianco) ti mette fuori gioco tutti i neuroni. Nemmeno quando una ola da stadio di voci maschili fuori dalla vetrina coincide in modo preoccupante con il momento in cui sfilo l’ennesimo vestito (il dubbio sulla reale coprenza della tenda è rimasto irrisolto). Nemmeno quando la tipa si rifiuta di appuntarmi l’orlo per consentirmi di muovere qualche passo dall’alto dei miei 160 cm senza incespicare (non vorrò mica sciupare la stoffa eh?!). Persino quando mi avverte che se non decido all’istante lei farà provare il mio abito a tutte le prossime clienti, non mi esce una risposta adeguatamente maleducata (evidentemente l’amore che ti pervade immaginandoti già al Grande Giorno innalza i tuoi livelli di tolleranza verso il prossimo oltre gli umani limiti). Però questa è la goccia che fa traboccare il vaso: dopo tutto questo, per la modica cifra di migliaia di euro, mi devi pure rifilare un vestito aromatizzato all’ascella di camerino??? Ritrovata la dignità, lesa ma non perduta, ho finalmente trovato la strada per l’uscita.

Serva questo racconto da monito alle aspiranti sposine che si accingono all’esperienza. Con la SDAB dal sogno all’incubo il passo è breve! Per la cronaca: alla fine io il mio abito l’ho trovato in un negozio vicino, dove mi hanno trattata da principessa (tiè).

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2 Risposte to “La sindrome dell’abito bianco”

  1. Greta Miliani 18 maggio 2012 a 07:15 #

    Questa storia l’avevo già ascoltata dal vivo, però è stato un piacere e un divertimento leggerla di nuovo.
    Chissà se e quando – momento cinico nella vita di ogni donna, come hai scritto anche tu – toccherà a me, quali rocambolesche disavventure mi vedranno protagonista!

  2. daniela Rossato 22 maggio 2012 a 16:15 #

    Leggendoti, un dejavù e una domanda:
    ma come abbiamo fatto a non insacchettare a testa in giù quell’orribile maitresse dentro uno dei contenitori di abiti bianchi e appenderla davanti alla vetrina ?

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